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Il cielo neolitico in Europa (II): Germania e Italia

a cura di Anna Maragno

«Levate in alto i vostri occhi e guardate»1

Il cielo neolitico in Europa (II): Germania e Italia
Il cielo dell'Età del Bronzo

Le costruzioni megalitiche permettono a noi moderni di avanzare (seppur con non poche difficoltà) ipotesi verosimili circa le conoscenze astronomiche dei popoli neolitici. Dopo aver dedicato la nostra attenzione ad alcune delle più significative costruzioni del Regno Unito e della Francia, consideriamo ora i siti collocati in altre zone d’Europa, come la Germania, Malta e, soprattutto, l’Italia. Concluderemo la presente tappa occupandoci brevemente delle osservazioni del cielo nell’Età del bronzo.

 santuario nuragico di Santa Sarbana, disegno di Anna MaragnoFigura 1. Particolare del santuario nuragico di Santa Sarbana, o Sabina, nel comune di Silanus, in Sardegna. A poca distanza sorgono i resti di un villaggio, una «tomba dei giganti» megalitica, il pozzo sacro di Cherchizzu e la chiesa di Santa Sabina, di epoca bizantina.  

 

Costruzioni megalitiche in Europa centrale, in particolare in Germania 

Nella Sassonia-Anhalt (Germania nord-occidentale), sono stati rinvenuti, in tempi molto recenti, i resti di una costruzione megalitica in legno, detta il “Cerchio di Goseck”. Il sito è stato reso noto al pubblico soltanto nel 2003. La struttura risale a 6.900 anni fa. È composta da fossati concentrici il cui diametro massimo raggiunge i 75 metri e da quel che rimane di due palizzate circolari – oggi ricostruite – con aperture in corrispondenza di punti precisi. Sono presenti, infatti, tre “porte” (a sud-est, a sud-ovest e a nord) e altre interruzioni (ad est e ad ovest). Benché il legno sia un materiale decisamente più deperibile della pietra, sono ben 250 i siti dalla struttura simile a quella del Cerchio di Goseck già individuati dagli studiosi (che da poco hanno intrapreso le loro ricerche in merito) in Germania, in Austria e in Croazia. Solo il 10% di questi siti è, al momento, oggetto di ricerche in ambito accademico. Gli esperti sembrano concordare sull’ipotesi che il Cerchio di Goseck fosse un luogo dedicato ad osservazioni astronomiche. Si tratterebbe di uno dei più antichi osservatori solari attualmente conosciuti: attraverso le due “porte”, collocate a sud-est e a sud-ovest, un osservatore posto al centro della struttura può osservare l’alba e il tramonto del Sole al solstizio d’inverno. Inoltre, secondo i calcoli di François Bertemes e di Wolfhard Schlosser, altre interruzioni nelle palizzate, ad est e ad ovest, sarebbero allineate con i punti di alba e di tramonto nei giorni compresi tra la fine del mese di aprile e l’inizio di maggio (forse in corrispondenza di antichissime feste agricole). I possibili collegamenti astronomici della “porta” situata a nord restano ancora da esplorare, ma l’individuazione di precise connessioni della struttura con le posizioni assunte dal Sole in determinati momenti dell’anno (solstizi; giorni compresi tra la fine di aprile e l’inizio di maggio) possono condurre a qualificare il Cerchio di Goseck come un “calendario” solare. Inoltre, alle albe e ai tramonti osservabili dal sito, legati ai cicli di morte e di rinascita, dovevano essere associati specifici significati religiosi. 

Einsamer Schütze, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Figura 2. Parte della palizzata più interna del Cerchio di Goseck, di recente ricostruzione (Germania).

Nel Land del Mecklenburg-Vorpommern (nord-est della Germania), si contano, ad oggi, più di 1.000 tombe megalitiche nella forma di dolmen, ribattezzate localmente come Hünengräber (“Tombe dei giganti”) o Großsteingräber (“Tombe megalitiche”). La collocazione delle pietre in tali siti varia, solitamente, da luogo a luogo all’interno della regione. Sono, tuttavia, riconoscibili due disposizioni tipiche: a cerchio oppure a trapezio. Nel primo caso, la configurazione prende il nome di Bannkreis (vale a dire “Cerchio magico”); nel secondo, quello di Hünenbetten (ossia “Letti dei giganti”). Attorno a queste, spesso si trovano singole pietre verticali, denominate Wächterstein (“Pietre custodi”). Le costruzioni sono databili, approssimativamente, dal 3.500 al 3.200 a.C.; la loro orientazione è variabile, ma l’“entrata” è in genere rivolta verso sud. Secondo gli studi di Ewald Schuldt, molti dolmen di queste aree megalitiche presentano orientamenti astronomici solari riferibili ai solstizi o agli equinozi. 

Nella stessa regione, presso Boitin, sono conservati quattro cerchi di pietre denominati Steintanze (“Danze delle pietre”): lo studioso Rolf Müller ha individuato un allineamento di parte della struttura al punto d’arresto inferiore della Luna, in corrispondenza dei lunistizi, con riferimento temporale al 1.800 a.C. A Klopzow (nel medesimo Land), una costruzione megalitica è orientata, secondo gli studi di Müller, verso il tramonto del solstizio d’estate.

Presso la città di Visbek (Bassa Sassonia, nel nord-ovest della Germania), sorgono i celebri complessi denominati Visbeker Bräutigam (“Lo sposo di Visbek”) e Visbecker Braut (“La sposa di Visbek”), costruiti tra il 3.500 e il 2.800 a.C. L’origine dei nomi assegnati ai due complessi è riconducibile ad una leggenda locale. Secondo la storia, una giovane passò per quei luoghi mentre era condotta, contro la sua volontà, nella città di Visbek per sposarsi. Ella espresse il desiderio di essere trasformata in pietra piuttosto di unirsi ad un uomo non gradito. Tale desiderio fu appagato: i due sposi furono tramutati in pietra. Leggende a parte, il sito di Visbeker Bräutigam è lungo 104 metri e presenta una larghezza compresa tra gli 8 e i 9 metri. Oggi le pietre sono alte al massimo 1,5 metri circa ma, probabilmente, in epoca antica erano maggiormente svettanti rispetto al suolo. Il complesso, dotato di una camera sepolcrale, era circondato, in origine, da 170 blocchi di pietra di forma irregolare. Il sito di Visbecker Braut – lungo 80 metri e largo 9, con pietre alte fino a 2,5 metri – è dotato di una camera funeraria.  Secondo lo studioso Rolf Müller, il Visbecker Braut mostrerebbe un allineamento lunare (più in dettaglio, in corrispondenza del tramonto della Luna nel suo punto d’arresto inferiore, in occasione dei lunistizi). Viceversa, per quanto riguarda il Visbeker Bräutigam si rintraccerebbero allineamenti solari in corrispondenza degli equinozi.

Il Visbeker Bräutigam (fotografia a sinistra) e la Visbecker Braut (fotografia a destra), in Germania. Wikimedia Commons

Figura 3. Il Visbeker Bräutigam (fotografia a sinistra) e la Visbecker Braut (fotografia a destra), in Germania.

Altre costruzioni megalitiche sono disseminate in diversi luoghi dell’Europa. Molte di queste attendono ancora di essere studiate da un punto di vista astronomico. Ci limiteremo, qui, a citare soltanto alcune tra le più significative. 

Nei pressi di Odry, nel nord della Polonia, si erge il sito più ricco di cerchi di pietre di tutto il Paese. La struttura comprende 10 cerchi in ottimo stato di conservazione e altri 2 parzialmente danneggiati. Il diametro di tali cerchi varia dai 15 ai 33 metri; in ciascuno si conta un numero di massi verticali compreso tra 16 e 29. L’altezza dei massi oscilla fra i 20 e i 70 centimetri. Il possibile allineamento astronomico di tali cerchi di pietre è oggetto di dibattito tra gli esperti. Secondo Müller, sarebbero riconoscibili orientamenti in corrispondenza degli equinozi, delle posizioni di alba e tramonto del Sole nei due solstizi e all’alba e al tramonto della Luna in occasione dei lunistizi. In aggiunta, sono state raccolte prove di un allineamento stellare con Capella (di rilevante precisione se riferito al 1.800 a.C.).

Orientamenti astronomici non mancano neppure in alcune strutture megalitiche situate in diverse zone della Danimarca. Le entrate di alcune tombe megalitiche a galleria sono rivolte, infatti, in direzione del sorgere del Sole al solstizio d’inverno. 

Osservatori astronomici neolitici nel Mediterraneo (e oltre)

Spostandoci all’estremo sud dell’Europa, in particolare a Malta, sono di grande interesse gli orientamenti stellari riferibili ad alcuni templi megalitici dell’isola. Queste strutture furono costruite, approssimativamente, in un arco temporale compreso tra i 6.000 e i 3.800 anni fa. 

Secondo alcuni studiosi, i templi di Ħaġar Qim e di Gġantija presenterebbero allineamenti con determinate posizioni della Luna, di Venere e con la levata eliaca di Sirio. Un piccolo inciso: con levata eliaca intendiamo il momento in cui un astro diviene osservabile nel cielo, poco prima dell’alba, dopo un periodo di invisibilità dovuto al suo sorgere e tramontare nel cielo durante il dì. 

Il tempio megalitico di Scorba risulta orientato alla levata eliaca della costellazione della Croce del Sud. Il complesso di Mnajdra mostra allineamenti alle levate eliache delle Pleiadi, della cintura di Orione, di Capella, di Arcturus e di Toliman, oltre che all’alba del Sole agli equinozi. La costruzione megalitica di Tarxien presenta collegamenti con la levata e il tramonto eliaco (ossia il tramonto di un astro poco dopo il tramonto del Sole) di Alphecca. 

Nitramserolf, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Figura 4. Area centrale del tempio megalitico di Mnajdra (Malta).

Le vaste conoscenze astronomiche degli abitanti neolitici di Malta sono provate anche (e forse ancor di più) dalla “Pietra di Tal-Qadi”, databile a 6.500 anni fa, rinvenuta presso il tempio di Tal-Qadi, a Salina. Sulla pietra è incisa una “mappa” del cielo stellato, che probabilmente poteva fungere altresì da calendario di grande precisione. La superficie del reperto è suddivisa in cinque sezioni da segmenti disposti a ventaglio; sono scolpiti riferimenti all’eclittica e costellazioni quali Orione (una parte), le stelle della “testa” del Toro e le Pleiadi. Secondo alcune ipotesi, la tavoletta dimostrerebbe la capacità dell’uomo neolitico maltese di svolgere calcoli di notevole complessità. Non si può escludere, inoltre, che la pietra fosse utilizzata per predire eclissi solari e lunari e, addirittura, per calcolare cicli metonici (di cui si è parlato nel percorso dell’anno 2021 «Horas doceo. Storia della misurazione del tempo» ).

Matthew Axiak, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Figura 5Pietra di Tal-Qadi (Malta).

Non possiamo, in questa sede, considerare le numerose strutture megalitiche in zone extra-europee. Basti evidenziare la presenza di importanti siti megalitici nell’area mediterranea (in Marocco, in Tunisia, in Algeria, in Egitto, in Giordania, in Palestina) e in zone assai lontane dell’Africa (come il Senegal), dell’Asia (in Pakistan e in Corea) e dell’America (in Colombia). I legami di questi siti con osservazioni astronomiche sono probabili e, in parte, ancora da scoprire.

Concentriamo lo sguardo, ora, sull’Italia.

In Sardegna, tra nuraghi e pozzi sacri

Gli studiosi non sono concordi sulla funzione da attribuire agli oltre 7.000 nuraghi sardi, che in epoca remota dovevano essere ancor più numerosi. La costruzione di tali edifici è da collocarsi, approssimativamente, nel II millennio a.C., ossia nell’Età del Bronzo. Nella maggior parte dei casi, i nuraghi sono costituiti da una torre rastremata verso l’alto, a tronco di cono, alta tra i 10 e i 20 metri, con diametro compreso tra gli 8 e i 10 metri. Le ricerche archeoastronomiche concernenti i nuraghi (apripista in materia sono stati Edoardo Proverbio e Carlo Maxia negli anni Settanta del secolo scorso) hanno rilevato come alcune strutture siano rivolte al sorgere del Sole nel dì del solstizio d’inverno; le entrate di altri nuraghi paiono orientate alla levata di Sirio e di Alpha Centauri intorno al millennio fra il 2.000 e il 1.000 a.C. Studi più recenti, condotti da Franco Laner, mostrano che gli ingressi di molti nuraghi si trovano in direzione perpendicolare ad una linea che unisce il punto in cui sorge il Sole al solstizio d’estate con quello in cui tramonta al solstizio d’inverno. 

Non solo nuraghi. A pochi chilometri da Sassari, nella località di Monte d’Accodi, si può ammirare una costruzione unica in tutta Europa e nel bacino del Mediterraneo, risalente a più di 5.000 anni fa. Si tratta di una piramide a gradoni: secondo alcuni, la forma rassomiglierebbe notevolmente alle ziqqurat mesopotamiche. Quest’ultimo rilievo avvalorerebbe il dato leggendario, secondo il quale la costruzione sarebbe stata realizzata da un sacerdote esule proveniente dalla Mesopotamia con l’intento di erigere un tempio lunare. Controverse sono, tuttavia, le ipotesi circa le sue reali funzioni, probabilmente di natura sacro-rituale. Sono stati rilevati probabili allineamenti astronomici ai punti di arresto della Luna, alle stelle della Croce del Sud (costellazione a quell’epoca osservabile anche da questa località!), alle Pleiadi. 

Cristiano Cani, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Figura 6. Ziqqurat di Monte d’Accoddi (Sardegna).

Infine, sembra possibile individuare importanti associazioni astronomiche per quanto concerne il pozzo sacro appartenente al santuario nuragico di Santa Cristina, presso Paulilatino (Cagliari). Databile all’XI secolo a.C., sorge all’interno di un recinto dalla singolare sagoma “a serratura”, a sua volta inglobato in una seconda cinta di forma ellittica. 

Il santuario nuragico di Santa Cristina, visto dall’alto (Sardegna), disegno di Anna Maragno

Figura 7. Il santuario nuragico di Santa Cristina, visto dall’alto (Sardegna).

La struttura è composta da una rampa di 25 gradini rastremati verso il basso, inclusa in un vano trapezoidale, che conduce ad un pozzo di pianta circolare di diametro pari a circa 2,5 metri. Il pozzo è sormontato da una cupola ogivale (thòlos) alta 7 metri, dotata di un foro all’estremità superiore che getta un cerchio di luce, sull’acqua, di diametro pari a 35 centimetri. In occasione degli equinozi, i raggi del Sole, alla giusta inclinazione, “scendono” i gradini e raggiungono l’acqua. A chiunque si trovi sugli ultimi 6 gradini in quel momento, sembrerà di avere due ombre: una, dritta, proiettata sull’acqua e un’altra, capovolta, riflessa sulla superficie interna della cupola. Il sito è legato anche a particolari posizioni lunari. Infatti la Luna si specchia nel pozzo, penetrando dal foro all’apice della cupola, solo quando si trova allo zenith in corrispondenza del suo punto d’arresto superiore (ossia, come si è spiegato nello scorso mese, ogni 18,6 anni). 

Pozzo sacro di Santa Cristina, disegno di Anna Maragno

Figura 8. Schema, in sezione, del Pozzo sacro di Santa Cristina. Sono indicati i raggi del Sole agli equinozi (che generano una doppia ombra per l’osservatore posto sugli ultimi 6 scalini vicino all’acqua) e quelli della Luna allo zenith del suo punto d’arresto superiore (la luce penetra dal foro della cupola e si specchia nell’acqua).

Altre aree megalitiche in Italia

In Valle d’Aosta, a Saint Martin de Corléans, è presente un importante sito megalitico recentemente oggetto di studi archeoastronomici da parte di Giuliano Romano, Franco Mezzena e Guido Cossard. La fase più antica della sua realizzazione pare databile al 3.000 a.C. circa. In questa prima fase sarebbero stati eretti 22 pali allineati, di cui rimangono i fori nel terreno. L’orientamento dei pali (quasi certamente intrisi di significati rituali) è riferibile al punto d’arresto inferiore della Luna. Successivamente, il sito assunse una funzione sepolcrale: furono eretti dolmen rivolti verso l’alba o il tramonto del solstizio d’inverno o all’alba e al tramonto della Luna ai suoi punti d’arresto superiore e inferiore, durante i lunistizi. Altri orientamenti individuati sarebbero compatibili con la levata di Betelgeuse alla metà del III millennio a.C. o al tramonto di Deneb o del Cigno nella stessa epoca. 

Nella stessa regione è collocato anche il cromlech del Piccolo San Bernardo, che supera i 72 metri di diametro ed è composto da 46 menhir di altezza massima pari a 50 cm. Alcune di queste pietre, secondo alcuni, sembrerebbero mostrare una qualche associazione con il tramonto del Sole al solstizio d’estate. 

I ruderi situati presso il castelliere di Colle Joben, in provincia di Bolzano, presentano alcuni probabili orientamenti astronomici. Georg Innerebner, negli anni ’30 del secolo scorso, fu il primo ad occuparsi di questi aspetti. Nel corso dei decenni successivi, gli studiosi hanno approfondito le sue ricerche, giungendo ad individuare orientazioni della struttura ai punti di levata e di tramonto del Sole agli equinozi e al solstizio d’inverno. La datazione delle pietre è ancora fortemente dibattuta: per alcuni studiosi, è da collocarsi all’8.000 a.C., ma, secondo altri, addirittura all’età medioevale. 

Un importante luogo connesso, con buone probabilità, ad osservazioni astronomiche è individuabile nel cerchio di pietre chiare denominato “El Sercol” (ossia “Il Cerchio” in dialetto bresciano), databile approssimativamente tra i 2.500 e i 3.500 anni fa. La costruzione, di diametro pari a 42 metri, è situata presso la cima del Monte Cavallo, a Nuvolera (Brescia). 

È ancora in discussione la funzione di un anello di pietre calcaree di 90 metri di diametro, con uno spessore compreso tra i 2,8 e i 3 metri, scoperto nel 2009 sui Monti Martani (Perugia), sul crinale di un rilievo denominato “Monte il Cerchio”. I massi, di dimensioni variabili, non superano il metro in altezza. Benché una datazione precisa sia tuttora in corso di definizione, è verosimile un’origine neolitica o protostorica. Non è esclusa l’eventualità che il sito rappresentasse un’area sacra e, forse, data la sua peculiare posizione, un osservatorio astronomico. 

Rivolgendosi al sud della Penisola, in particolare alla Puglia, di particolare significato è il cosiddetto “Dolmen della Chianca” a Bisceglie. La struttura è costituita da una camera sepolcrale e da un corridoio d’ingresso che parrebbe mostrare un allineamento lunare o, secondo altri, alla levata di Sirio riferita a 1.500 anni fa. 

Geppisimone at Italian Wikipedia, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons

Figura 9. Il “Dolmen della Chianca” (Puglia). 

Nella stessa regione si trova anche il “Dolmen di Corato”, detto anche “Dolmen dei Paladini”, oggetto di leggende locali. Proprio l’asse di questo dolmen sembrerebbe mostrare, secondo alcuni studiosi, un allineamento equinoziale. 

Infine, il dolmen “Li Scusi”, in prossimità di Minervino di Lecce, presenta un singolare legame con il solstizio d’estate: a mezzogiorno, alcuni raggi del Sole penetrano attraverso un foro praticato nella lastra megalitica orizzontale che funge da copertura, illuminando il terreno.

Cieli dell’Età del bronzo

Concluso il nostro excursus riguardante le osservazioni astronomiche di età neolitica, prenderemo in esame l’era successiva, ossia l’Età del bronzo, attraverso la descrizione di tre “tesori” di quell’epoca che testimoniano non solo il persistente interesse dell’uomo verso lo studio della volta celeste, ma altresì il progredire delle sue conoscenze astronomiche.

Il disco di Nebra (immagine di copertina del presente percorso), in bronzo e in lamina d’oro, è stato datato al 1.600 a.C. grazie all’analisi radiocarbonica delle asce e delle spade vicino alle quali era stato rinvenuto, nel 1999, nella Sassonia-Anhalt (a soli 30 km dal Cerchio di Goseck).  

Il disco di Nebra, tesoro dell’Età del bronzo, disegno di Anna Maragno

Figura 10. Il disco di Nebra, tesoro dell’Età del bronzo.

Studi sul reperto in ambito archeoastronomico sono stati recentemente compiuti da Harald Meller e Wolfhard Schlosser. Il disco raffigura la Luna crescente e la Luna piena (o, secondo una diversa interpretazione, il Sole); fra le due figure, si nota un raggruppamento stellare riconducibile, nell’opinione di Meller e di Schlosser, alle Pleiadi. Le fasce dorate lungo i bordi (di una, purtroppo perduta, non resta che il solco), aggiunte in un secondo momento, segnano un angolo di 82°, che sottende i punti di levata e di tramonto del Sole nel periodo compreso tra il solstizio d’inverno e quello d’estate a Nebra, fungendo così da “calendario solare” locale. Altre letture, in via di ulteriore precisazione, associano il disco a possibili riferimenti equinoziali. Probabilmente, secondo gli esperti, questi costituivano un ausilio importante per il calcolo di giorni dell’anno significativi per l’agricoltura. Un terzo arco in oro, con le estremità rivolte verso l’alto e apposto nella parte inferiore del disco, potrebbe simboleggiare, secondo alcune ipotesi, la via Lattea, oppure, secondo altre, un arcobaleno o una barca solare. È curioso notare come un’indagine geochimica condotta nel 2011 abbia mostrato che, mentre il rame utilizzato nella costruzione è di origine locale, l’oro e lo stagno impiegati sono riconducibili alla zona della Cornovaglia. 

Il forte legame delle popolazioni dell’Età del bronzo con il Sole è ampiamente attestato. Ne dà prova il carro solare di Trundholm (Figura 9), reperto in bronzo databile al 1.400 a.C., in cui l’astro è trasportato da una giumenta. 

Malene Thyssen, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons

Figura 11. Il carro solare di Trundholm, in bronzo, realizzato con il metodo della cera persa. Il manufatto è oggi conservato presso il Nationalmuseet di Copenhagen (Danimarca). 

Di epoca poco più tarda è il celebre “Cappello d’Oro” di Berlino, copricapo cerimoniale in lamina d’oro lavorata a sbalzo, databile al 1.000 - 800 a.C. Tale oggetto, emblema legato al culto del Sole, probabilmente rappresentava anche un calendario lunisolare in grado di prevedere eclissi lunari e altri eventi celesti. Sono stati rinvenuti altri tre esemplari, molto simili al Cappello d’Oro, sia nella stessa Germania (a Schifferstadt e a Ezelsdorf-Buch) sia in Francia (ad Avanton). 

Sailko, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons

Figura 12. Il “Cappello d’Oro” di Berlino.

 

 

Testi e disegni originali di Anna Maragno. Non riprodurre senza autorizzazione.



Note

1. Libro di Isaia, 40, 26.

Fonti delle immagini

Figura 1. Disegno originale di Anna Maragno, non riprodurre senza autorizzazione.

Figura 2. Einsamer Schütze, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons al link
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/de/Goseck_Sonnenobservatorium_18.jpg

Figura 3 (sinistra) Corradox, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons al link 
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/35/Visbeker_Bräutigam_2.JPG

Figura 3 (destra) Corradox, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons al link  https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Aumühle_Visbeker_Braut.JPG

Figura 4. Nitramserolf, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons al link
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mnajdra_Central_Temple.jpg

Figura 5. Matthew Axiak, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons al link
https://en.wikipedia.org/wiki/Tal-Qadi_Temple#/media/File:Stone_from_Tal-Qadi_Temple,_National_Museum_of_Archaeology,_Valletta_001.jpg

Figura 6. Cristiano Cani, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons al link
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/00/Monte_D%27Accoddi_02.JPG

Figura 7. Disegno originale di Anna Maragno, non riprodurre senza autorizzazione.

Figura 8. Disegno originale di Anna Maragno, non riprodurre senza autorizzazione.

Figura 9. Geppisimone at Italian Wikipedia, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons al link
https://it.wikipedia.org/wiki/Dolmen_della_Chianca#/media/File:Dolmen_della_"Chianca"_Bisceglie.jpeg

Figura 10. Disegno originale di Anna Maragno, non riprodurre senza autorizzazione.

Figura 11. Malene Thyssen, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons al link
https://it.wikipedia.org/wiki/Carro_solare_di_Trundholm#/media/File:Solvogn.jpg

Figura 12. Sailko, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons al link
https://it.wikipedia.org/wiki/Cappello_d%27oro_di_Berlino#/media/File:Cappello_d'oro_di_berlino,_1000_ac_ca._01.jpg

 



Bibliografia e consigli di lettura

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Cossard, G., Cieli perduti. Archeoastronomia: le stelle degli antichi, Utet, Torino, 2018

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